mercoledì 22 febbraio 2017

INPS: GLI EFFETTI DISASTROSI DELLA LEGGE SULLE UNIONI CIVILI

Premesso che a quanto risulta all'interrogante da un articolo de "la Repubblica" del 15 febbraio 2017 si apprende delle difficoltà economiche nella gestione del bilancio Inps;
considerato che:
la preoccupazione per la tenuta dei conti dell'Inps discende anche da un'ulteriore questione non di secondaria rilevanza. L'approvazione nel 2016 della legge sulle unioni civili (legge n. 76 del 2016) può comportare per il futuro danni collaterali irreversibili per la tenuta dell'ente previdenziale;
a quanto si apprende da un articolo de "La verità" del 10 febbraio 2017, attraverso una rielaborazione delle stime fornite dall'Inps e dalla Ragioneria dello Stato, le pensioni indirette e ai superstiti di coppie tra persone dello stesso sesso costeranno all'Erario oltre un miliardo, da qui al 2050;
inoltre, l'estensione alle coppie omosessuali delle detrazioni per il coniuge a carico graverà sulle tasche dei lavoratori per altri 99,2 milioni di euro, da oggi al 2025; altri 5,8 milioni di euro dovrebbero essere stanziati in 10 anni per l'assegno al nucleo familiare delle coppie dello stesso sesso;
queste stime partono da previsioni che prendono come base di partenza le 65.000 unioni gay censite in Germania nel 2011; secondo l'ipotesi effettuata, in Italia si arriverà ad un sistema a regime unicamente nel 2035, con 50.000 coppie gay legate stabilmente. Ma questo dato non può essere che parziale, in quanto non tiene conto di eventuali distorsioni o abusi incentivati dalle previsioni della legge sulle unioni civili;
di fatto, ad oggi, chiunque può andare dinanzi all'ufficiale di stato civile, dichiararsi gay, anche se non lo è, e formare un'unione omosessuale. Potrebbe avvenire tra due amici, una badante ed una signora assistita: in tal modo, il superstite, potrebbe intascarsi la pensione a carico del contribuente, dopo aver già beneficiato delle detrazioni per il coniuge a carico o dell'assegno familiare; nella legge non sono posti limiti alle fantasie dei truffatori;
in ogni caso, la spesa per queste pensioni di reversibilità aggiuntiva è destinata a crescere e non sembra che la copertura finanziaria sia idonea. Al momento dell'approvazione della legge sulle unioni civili, il testo prevedeva una copertura dai 3,7 milioni di euro per il 2016 fino ai 22,7 per il 2025 per un totale, nei prossimi 10 anni, di 130 milioni di euro. Leggendo la relazione tecnica che accompagna la legge sulle unioni civili, si scopre che gran parte di questi 130 milioni di euro è destinata agli sgravi Irpef per il "coniuge" omosessuale a carico. Per le pensioni di reversibilità la cifra stanziata è assai inferiore: si va da 100.000 euro per il 2016 a 6,1 milioni per il 2025, per un totale in 10 anni di soli 25,3 milioni di euro;
diverse proteste circa la copertura finanziaria del provvedimento sono state avanzate già durante l'approvazione del testo in Senato; in quel caso la fretta del Governo pro tempore e l'apposizione della questione di fiducia non permisero valutazioni approfondite sul tema;
ai tempi della discussione in Senato, il senatore Lucio Malan, senatore di Forza Italia, depositò presso la 5a Commissione permanente (Programmazione economica, bilancio) una relazione alternativa a quella del Governo, in cui stimava il costo totale di questi matrimoni in 4,5 miliardi di euro nei primi 10 anni, di cui circa 3,7 per le pensioni di reversibilità. Il calcolo diverso dei costi si basava sul fatto che attualmente si spendono circa 55 miliardi di euro per la reversibilità. Secondo un'indagine Istat, il 6,7 per cento della popolazione ha risposto a un questionario del 2012, dicendo di essere omosessuale/bisessuale, ma solo il 2,4 per cento lo ha dichiarato pubblicamente. Calcolando il 6,7 e il 2,4 per cento di 55 miliardi si dimostra facilmente che la reversibilità nei prossimi 10 anni costerà tra gli 1,32 e i 3,69 miliardi di euro, e non 25 milioni. Che la copertura di bilancio per questa legge fosse manifestamente sottostimata e calcolata in modo incongruente, emergeva sempre dalla relazione governativa, nel momento in cui per le detrazioni per il coniuge a carico si stimavano 67.000 unioni civili in 10 anni, mentre a proposito di reversibilità, la cifra scendeva inspiegabilmente e magicamente a 30.000;
un altro "errore" macroscopico contenuto nel testo, a parere dell'interrogante, lo ha fatto notare il senatore Maurizio Sacconi. Le regole di contabilità pubblica richiedono per la spesa previdenziale una proiezione degli oneri ad almeno 10 anni, in quanto devono essere stimati nel momento in cui se ne dispiegano compiutamente gli effetti. Effetti che in questo caso si manifesteranno quando la nuova platea dei beneficiari raggiungerà il tasso medio di mortalità. Ed è evidente che considerando solo i prossimi 10 anni, per fortuna, pochi sono i decessi previsti con le conseguenti pochissime prestazioni. In sostanza, il Governo ha stimato un'età media delle coppie che ricorrono all'unione civile inferiore ai cinquant'anni. In questo modo ha spostato il peso economico della reversibilità, perché si presume che un quarantenne viva ormai fino a 80 anni. Quindi il superstite inizierà a ricevere la pensione del compagno non prima del 2045. La realtà, invece, è ben diversa. A unirsi con il nuovo istituto saranno soprattutto coppie sopra i 50 anni e quindi le prestazioni di reversibilità inizieranno ben prima di quanto previsto dal Governo;
inoltre, l'allargamento imponderabile della platea dei beneficiari determinerà oneri che sono stati ampiamente sottovalutati e che aumenteranno quando la Corte costituzionale italiana non potrà che accogliere il ricorso di quanti segnaleranno la disparità di trattamento con le stabili convivenze eterosessuali, magari con figli;
anche il firmatario del presente atto, durante il dibattito in Aula sulle unioni civili, segnalò una dimenticanza rilevante contenuta nel testo votato. Infatti, sempre in merito agli aspetti previdenziali, la reversibilità che questo testo ha inserito è soltanto parziale, perché non riguarda tutti gli Italiani, ma solo una parte, cioè tutti coloro i quali hanno una copertura previdenziale da parte degli istituti pubblici, dell'INPS e dall'ex amministrazione INPDAP. Resterebbero fuori da questo diritto tutti gli Italiani che, invece, hanno una copertura previdenziale con le cosiddette casse autonome. Quindi, da questo punto di vista, i casi sono due: o la legge prevede che si applichi ai professori, agli impiegati, ai magistrati e non ai giornalisti, agli architetti e medici, oppure si tratta di una grave dimenticanza, in quanto non è prevista una specifica copertura;
considerato, inoltre, che:
la Corte dei Conti, recentemente, ha fotografato il deterioramento della solidità finanziaria dell'Inps: nella relazione sul bilancio 2015 dell'Istituto di previdenza, i magistrati contabili scrivono che "sul versante economico patrimoniale si assiste a una situazione in peggioramento rispetto al precedente esercizio. Lo scostamento tra i saldi finanziari e quelli economici è dovuto principalmente all'andamento dei residui attivi". La Corte sottolinea che l'esercizio 2015 si è chiuso con un risultato economico negativo per 16,3 miliardi, "condizionato da un accantonamento al fondo rischi crediti contributivi per 13,09 miliardi. In conseguenza di ciò, il patrimonio netto si attesta su 5,87 miliardi, con un decremento sul 2014 di 12,54 miliardi". Ma a questo punto i magistrati contabili anticipano un effetto a valere sul 2016, notando che "per effetto di un peggioramento dei risultati previsionali assestati del 2016 (con un risultato economico negativo che si attesta su 7,65 miliardi) il patrimonio netto passi, per la prima volta dall'istituzione dell'ente, in territorio negativo per 1,73 miliardi". Andando ancora oltre nel tempo e scontando il bilancio di previsione per il 2017 adottato dal presidente il 27 dicembre 2016 e in corso di approvazione da parte del Civ (Consiglio di indirizzo e vigilanza), mostra un risultato economico di esercizio negativo per 6,152 miliardi e un patrimonio netto che si attesta a meno 7,863 miliardi;
i magistrati scrivono che la "movimentazione del patrimonio netto nel 2015, mostra con evidenza il peso che deriva da risultati economici negativi condizionati dal forte incremento dei crediti svalutati perché a rischio di realizzabilità";
questa denuncia da parte dei giudici contabili sarebbe stata stigmatizzata dal Ministro del lavoro, Giuliano Poletti, il quale ha sottolineato un generale quadro di tenuta del sistema: "Il sistema è assolutamente sostenibile" riferisce dice ai giornalisti che chiedevano conto delle preoccupazioni dei magistrati contabili, "Oggi non sono previsti interventi perché le risorse che fanno fronte alle situazioni che le leggi prevedono in termini di costi sono già definite dalla legge di bilancio, che garantisce la copertura di queste situazioni";
il presidente dell'Inps, Tito Boeri, ha definito tali preoccupazioni come "fuori luogo". Si tratta, a suo avviso, di una mera questione contabile, in quanto il disavanzo deriva da ritardi nei trasferimenti dello Stato che vengono anticipati dall'Inps e poi ripianati di nuovo dallo Stato stesso;
in ogni caso, come ribadito dalla stessa Corte, non sembra più procrastinabile "una riforma della governance dell'Inps che parta dalla revisione di funzioni e compiti dei tre principali organi - di indirizzo e vigilanza, di rappresentanza legale dell'ente, di indirizzo politico-amministrativo - che, insieme al direttore generale, compongono quel particolare assetto duale disegnato dal legislatore per gli enti previdenziali pubblici";
in questo clima di incertezza sulla solidità dei conti dell'ente previdenziale, sembra assurdo e paradossale, a giudizio dell'interrogante, elargire ulteriori spese senza un'adeguata attività istruttoria; soprattutto, sembra che le coperture economiche siano manipolate ad arte, per la pura e semplice convenienza politica di parte. Purtroppo con i conti dello Stato non si scherza, in quanto si rischia di fornire unicamente macerie alle generazioni future,
si chiede di sapere:
se non sia opportuno predisporre un'indagine, al fine di acquisire dati certi sulla esatta quantificazione della popolazione che andrebbe a beneficiare delle misure previste dalla legge sulle unioni civili, in modo tale da predisporre una copertura adeguata agli esborsi economici che l'INPS dovrà sostenere nel prossimo futuro;
al fine di evitare ulteriori contenziosi estremamente gravosi per l'Erario, se non sia opportuno prevedere l'estensione delle suddette misure pensionistiche e di sostegno al reddito anche a coloro che hanno una copertura previdenziale con le cosiddette casse autonome o a coloro che istituiscono stabili convivenze eterosessuali, disciplinate dalla medesima legge, per evitare disparità di trattamento sia tra categorie di lavoratori all'interno della medesima unione sia fra unioni diverse dal matrimonio.

venerdì 17 febbraio 2017

Energia, ok commissione Ambiente Senato a risoluzione su Sen

Impegna il governo a garantire maggiore sostenibilità ambientale durante il processo di revisione. Marinello al VELINO: Posizione di cui la politica industriale del paese deve tener conto

Una Strategia Energetica Nazionale (Sen) più sostenibile dal punto di vista ambientale che promuova la più ampia partecipazione alla revisione del documento da parte di tutti coloro che sono impegnati nei percorsi di transizione energetica e decarbonizzazione. È questo il senso della risoluzione sulla Sen approvata oggi in commissione Ambiente del Senato dopo l’audizione del ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti, che lo stesso dicastero sta approntando. “Si tratta di una risoluzione assolutamente coerente con la posizione del nostro paese, rappresentata non solo da precedenti atti parlamentare ma recepita anche dal nostro ministro dell’Ambiente ed espressa sia a livello comunitario sia nei grandi appuntamenti internazionali della Cop21 di Parigi e a Marrakech – ha detto al VELINO il presidente della Commissione Ambiente del Senato Giuseppe Marinello –. Questa posizione serve a dare una piattaforma politica di cui, in un certo qual modo, la politica industriale del nostro paese deve tener conto”.
La risoluzione impegna il governo “a orientare la revisione della Strategia energetica nazionale al rispetto degli obiettivi sottoscritti con l'accordo di Parigi nel 2015 e definiti nel piano operativo alla conferenza di Marrakech, avendo come orizzonte temporale il 2050 e le indicazioni operative il 2030”. E a rendere la Strategia energetica nazionale “coerente con la strategia di sviluppo a basse emissioni di carbonio e con la strategia nazionale di sviluppo sostenibile, nel quadro di un impegno alla definizione di una strategia climatica nazionale”. Ma anche a definire “gli obiettivi e le azioni settoriali coerenti con il quadro strategico complessivo, massimizzando le reciproche sinergie”, prevedendo la revisione “del sistema di governance nel settore energetico”, individuando un “soggetto unico” in grado di “coordinare e semplificare l'insieme delle azioni e delle misure già previste nell'ambito dell'attività dei vari Ministeri coinvolti nonché di altri enti pubblici, per rendere più efficace e produttiva la realizzazione delle diverse azioni”.
# Infine, la risoluzione punta a impegnare il governo a “promuovere la ricerca, le innovazioni tecnologiche” nel settore delle fonti rinnovabili, dei sistemi di accumulo e di distribuzione, nel settore dell'efficientamento energetico, a definire “politiche di decarbonizzazione rafforzate”, supportate anche da un'adeguata e coerente “fiscalità ambientale”, per rendere più convenienti le fonti rinnovabili con incentivi impliciti ai combustibili alternativi e all'efficienza, in grado di sostenere il raggiungimento degli obiettivi europei sull'economia circolare, di rilanciare il sistema degli ETS, rivedendo il sistema delle accise sulla base delle emissioni di CO2. A sostenere “misure di mitigazione ambientale e di riforestazione” per contribuire alla riduzione e alla cattura della CO2 e a promuovere e sostenere “l'adozione di misure, sostegni e incentivi che contengano e riducano fortemente le emissioni di inquinanti - industriali, dei veicoli stradali e degli impianti di riscaldamento civili - ai fini del miglioramento della qualità dell'aria, soprattutto nel bacino padano nonché in tutte le altre aree del Paese gravate da situazioni di criticità - ad esempio, le aree di Brindisi e Taranto”.
# Soddisfatto anche il Pd. Per Stefano Vaccari, capogruppo del Pd in Commissione, “il percorso svolto dalla Commissione Ambiente del Senato - spiega Vaccari - è stato tempestivo ed utile per indirizzare il lavoro in corso per la ridefinizione della nuova Strategia Energetica Nazionale, in particolare sugli aspetti ambientali che rivestono una grande importanza”. Mentre per Laura Puppato, capogruppo del Pd nella Commissione Ecomafie, occorre “istituire limiti di emissione differenziati per gli impianti di produzione di energia, come quelli a biomasse, che in zone come la Pianura Padana potrebbero essere più stringenti proprio per evitare importanti danni sanitari che in Italia, causano circa 21 mila morti l'anno”.

giovedì 2 febbraio 2017

I CONTRIBUENTI SI FIDANO PIU' DELLA CHIESA CHE DELLO STATO

Al Presidente del Consiglio dei ministri. -
Premesso che, secondo quanto risulta agli interroganti:con deliberazione 23 dicembre 2016 n. 16/2016/G, la Corte dei conti ha pubblicato la relazione riguardante la "destinazione e gestione dell'8 per mille dell'Irpef: le azioni intraprese a seguito delle deliberazioni della Corte dei conti";
come ogni anno, sulla base del referto della Corte dei conti, quotidiani come "la Repubblica" o "il Fatto Quotidiano" rincarano la dose, stigmatizzando il fatto che la chiesa cattolica incassa l'80 per cento della destinazione dell'8 per mille sulla dichiarazione Irpef, senza tener conto che si tratta di una libera scelta dei contribuenti;
destinare la quota dell'Irpef alla chiesa cattolica o a un'altra confessione religiosa non è obbligatorio, ma la legge n. 222 del 1985 (art. 47) stabilisce che l'8 per mille di chi non effettua la scelta viene ripartito tra i beneficiari "in proporzione alle scelte espresse". In tal modo, per i magistrati contabili, vengono violate proporzionalità e uguaglianza;
considerato che:
secondo i giudici, sarebbe "opportuna una rinegoziazione tra Stato e confessioni religiose del sostegno finanziario che arriva con l'8 per mille". L'8 per mille, scrivono i magistrati contabili, vale 1,2 miliardi di euro all'anno ma non rispetta "i principi di proporzionalità, volontarietà e uguaglianza". Infatti i beneficiari "ricevono più dalla quota non espressa che da quella optata". E su questo nodo "non vi è un'adeguata informazione, benché coloro che non scelgono siano la maggioranza e si possa ragionevolmente essere indotti a ritenere che solo con un'opzione esplicita i fondi vengano assegnati";
in pratica, evidenzia la Corte, la maggioranza degli italiani (negli ultimi anni circa il 54 per cento) quando compila la dichiarazione dei redditi non indica a chi vuole destinare la quota. D'altronde si tratta di un'opzione, non di un obbligo; inoltre, la legge citata, varata quasi 30 anni fa con il Governo Craxi, stabilisce che l'8 per mille di chi non effettua la scelta sia ripartito tra i beneficiari "in proporzione alle scelte espresse";
lo Stato "mostra disinteresse per la quota di propria competenza", di qui la drastica riduzione delle quote a suo favore. Lo "Stato, secondo l'analisi della Corte, è l'unico competitore che non sensibilizza l'opinione pubblica sulle proprie attività con campagne pubblicitarie", pertanto si evidenzia "la marginalizzazione dell'iniziativa pubblica e la compromissione della possibilità di ricevere maggiori introiti";
ad aggravare tale situazione è l'annoso problema della destinazione delle poche risorse (170 milioni di euro stando agli ultimi dati) che finiscono nelle casse pubbliche: la legge prevede che vengano utilizzate per "scopi di interesse sociale o di carattere umanitario", ma da sempre i Governi tendono a utilizzarle come un bancomat per tamponare altre necessità. Così non di rado, in passato, le leggi finanziarie hanno distratto una quota di fondi destinandoli alle esigenze più diverse, comprese le missioni militari all'estero. Queste finalità sono chiaramente "antitetiche alla volontà dei cittadini" che vorrebbero destinare il loro contributo alla lotta alla fame nel mondo, all'assistenza ai rifugiati, agli interventi contro le calamità naturali o alla conservazione dei beni culturali statali, ovvero gli scopi per cui lo Stato dovrebbe impiegare la quota di sua competenza;
così l'82 per cento delle risorse finisce alla chiesa cattolica, mentre solo il 13,32 per cento allo Stato, 3,2 per cento ai valdesi e percentuali ridottissime alle altre confessioni religiose;
considerato, inoltre, che:
la Conferenza episcopale italiana ha risposto con un comunicato al clamore mediatico scatenato dai quotidiani e dalle dichiarazioni della Corte dei conti; ad avviso della Cei "le affermazioni contenute nella Relazione circa l'entità del finanziamento - che non solo evocano l'attivazione da parte statale delle procedure di revisione del sistema ma si spingono fino a ritenere in parte venute meno le ragioni che giustificano tale sistema - presentano profili problematici e in talune formulazioni risultano esorbitanti". Col sistema dell'8 per mille "è stata attribuita ai cittadini la facoltà di decidere quale debba essere la destinazione di una quota del bilancio dello Stato misurata su una parte del gettito Irpef. Un caso di democrazia nell'indirizzo della spesa pubblica, nell'ambito di finalità predefinite, che coinvolge anche il cittadino non praticante o addirittura non credente, il quale apprezza l'opera della Chiesa in Italia e intende che la collettività nazionale la riconosca e la sostenga, assegnandole una quota, seppur modesta, del gettito fiscale. In uno Stato democratico-sociale come il nostro, l'apporto alle confessioni religiose delle risorse pubbliche è fondato sull'apprezzamento della rilevanza sociale, culturale ed etica della presenza e dell'azione della Chiesa e sul compito, che la Costituzione italiana assegna alla Repubblica, di rimuovere gli ostacoli e di promuovere le condizioni per il pieno esercizio delle libertà fondamentali dei cittadini, tra le quali vi è indubbiamente la libertà religiosa". Pertanto, "occorre evitare il rischio di una visione parziale, che non solo ignora o trascura i benefici per la collettività che derivano dall'impiego dell'8 per mille da parte delle confessioni religiose, ma finisce per mettere in discussione i capisaldi del sistema, prospettando opzioni di politica del diritto discutibili nel merito e comunque estranee al perimetro dell'indagine amministrativa contabile";
in ogni caso, l'impiego del gettito della quota dell'8 per mille Irpef è stato sempre oggetto della valutazione triennale della commissione paritetica istituita a norma dell'art. 49 della legge n. 222 del 1985, con giudizi di sostanziale e condiviso apprezzamento circa la funzionalità del sistema, maturato all'esito di un esame rigoroso;
per quel che concerne il meccanismo tanto criticato delle cosiddette scelte non espresse, si deve osservare che la mancata espressione della propria scelta non equivale (e non può esservi assimilata in via interpretativa) al rifiuto del sistema o alla volontà di non parteciparvi. La scelta del legislatore è stata quella di ripartire una quota dell'Irpef generale sul modello delle votazioni politiche, momento esemplare di partecipazione democratica, dove il numero dei votanti non determina il numero dei seggi da assegnare, che sono infatti tutti assegnati, anche se non tutti gli elettori si recano alle urne. Questa scelta rimane ancora oggi pienamente attuale, in quanto ispirata a ragioni di principio che non possono essere ignorate per esigenze economiche contingenti, che invero sembrano rappresentare la motivazione prevalente, se non esclusiva, di alcune ipotesi alternative emerse nel dibattito;
sembra, oltre tutto, di cattivo gusto per gli interroganti, e al di fuori delle competenze dei giudici contabili, insinuare dei dubbi sul corretto operato degli intermediari ed in particolare dei Caf, quando unicamente nell'1,67 per cento dei casi esaminati le scelte del contribuente non risultano trasmesse correttamente dal Caf;
ritenuto che:
"la Repubblica", nei suoi articoli, considera l'acquisizione dell'82 per cento delle risorse dell'8 per mille da parte della chiesa cattolica quale risultato degli spot pubblicitari della Cei, senza considerare che i contribuenti evidentemente si fidano più della chiesa che dello Stato sull'uso dei propri soldi;
in un articolo del 15 gennaio 2017 si legge: "La Chiesa cattolica, scatenata, le tenta tutte pur di fare il pieno di soldi con il meccanismo dell'8 per mille. E si affida soprattutto a campagne di spot in tv, che risultano "martellanti" ed efficacissime. Invece lo Stato italiano - che pure avrebbe bisogno di questo contributo, ad esempio per ristrutturare le scuole - non si impegna per convincere i contribuenti. La Corte dei conti, sorpresa dalla timidezza dei nostri governi, ha anche altri dubbi. Contesta allo Stato italiano di essere sleale quando impiega i soldi che riceve (quasi suo malgrado) dall'8 per mille",
si chiede di sapere:
se il Governo non ritenga opportuno attivare tutti i canali di mediazione, al fine di rimodulare i toni delle testate giornalistiche in merito a questioni e polemiche ad avviso degli interroganti infondate, tenuto conto che il meccanismo di elargizione dell'8 per mille è disciplinato per legge e non vi sono evidenze circa uno scorretto utilizzo da parte della Conferenza episcopale italiana;
se non ritenga opportuno attivare tutte le relazioni fra i poteri dello Stato, affinché i giudici contabili si limitino a relazionare le evidenze oggettive e i dati statistici, evitando giudizi di valore che esulano dalle competenze loro attribuite;
considerata ad avviso degli interroganti l'evidente incapacità dello Stato nel gestire le risorse dell'8 per mille e gli strumenti connessi, se non ritenga opportuno riformare il meccanismo piuttosto che accusare infondatamente altre istituzioni o organismi che hanno dato prova nel corso del tempo di riuscire a colmare e sostituire l'azione sociale pubblica, in molti casi inefficiente. 

mercoledì 1 febbraio 2017

INTERVENTO IN DISCUSSIONE GENERALE SULLA PROTEZIONE CIVILE

Signor Presidente, 
evidentemente non illustrerò il provvedimento, perché questo è un compito che spettava ai due relatori, i senatori Caleo e Collina, e credo l'abbiano svolto proficuamente. Né evidentemente voglio fare un intervento lungo e complesso. Vorrei invece limitarmi a una serie di considerazioni. Ho ascoltato alcuni degli interventi dei colleghi che mi hanno preceduto ed ho sentito dei ragionamenti assolutamente fuori tema: chi ha confuso questo momento parlamentare con un momento di sindacato ispettivo, con un momento di denunzia politica oppure con una sorta di atto di indirizzo; chi ha utilizzato il dibattito politico con argomenti retorici e talvolta demagogici o addirittura per creare allarmismo. Credo che questa materia sia assolutamente seria e una materia di tale serietà, a mio avviso, deve essere affrontata dal legislatore in maniera composta. Ci stiamo occupando di una legge delega che razionalizzi, modernizzi e omogeneizzi il sistema di protezione civile che, come tutti sappiamo, è nato nel 1992 e rappresenta una delle eccellenze del nostro Paese. È evidente, tuttavia, che dal 1992 a oggi si sono susseguiti - ahimè - innumerevoli accadimenti calamitosi; soprattutto, dal 1992 a oggi la macchina, che ha funzionato, necessita non di un restyling ma di alcuni importanti cambiamenti.
Questo è essenzialmente il significato del disegno di legge e questo è il lavoro che hanno svolto prevalentemente i colleghi nell'altro ramo del Parlamento. Sappiamo, infatti, che soprattutto l'altro ramo del Parlamento ha lavorato alacremente a questo provvedimento. In Senato abbiamo avuto, in effetti, poco tempo: le due Commissioni, 1ª e 13a, hanno effettuato una serie di audizioni e un'attività di approfondimento, ma evidentemente i tempi, non della politica, ma del Paese hanno determinato che questo testo arrivasse in Assemblea come un provvedimento d'urgenza per giungere a una rapida definizione.
Se perdiamo di vista questi elementi essenziali torniamo alla retorica, all'allarmismo, alla demagogia. Poiché, come dicevo innanzi, la questione è di portata notevole ed è assolutamente seria, è di tutta evidenza che non solo noi non possiamo permetterlo, ma anche il Paese non può permetterselo.
Partendo da queste considerazioni, ritengo che il disegno di legge abbia sostanzialmente una serie di meriti. Ha il merito di omogeneizzare un sistema, di stabilire una serie di principi e priorità, dando, a mio avviso, alla Protezione civile quei compiti che essa ha in sé. Nel corso di questi anni, infatti, si è fatta un po' di confusione e si è tracimato rispetto al ruolo della Protezione civile. Essenzialmente la Protezione civile interviene di fronte alle grandi calamità, a tutela della vita umana e, nel momento dell'emergenza, anche a tutela delle attività produttive; ma, superato e affrontato il momento dell'emergenza, sono altre le istituzioni che devono provvedere al ripristino e al ritorno alla normalità. Credo che il provvedimento vada essenzialmente in questa direzione.
Signor Presidente, in questo provvedimento si differenziano le responsabilità, i livelli di gestione amministrativa e i livelli autorizzativi; soprattutto si investe di un importante ruolo il Presidente del Consiglio pro tempore, assegnando allo stesso un'attività di indirizzo e di coordinamento, da svolgere avvalendosi del Dipartimento della protezione civile e delle funzioni e delle strutture della Presidenza del Consiglio.
Ci sono altri punti qualificanti in questo provvedimento di legge, come il coinvolgimento dell'università e degli istituti di ricerca e di questo si è parlato poco. Evidentemente, oggi il sistema di previsione dei grandi rischi e delle calamità naturali non è quello né di quaranta o cinquant'anni fa, né del 1992. 
Tra l'altro, oggi i mezzi messi a disposizione dalle nuove tecnologie, dalla ricerca e dall'università, non solo per affrontare l'emergenza, ma anche per gestirla meglio e per poter poi procedere alacremente al ripristino della normalità, sono più evoluti. È di tutta evidenza, quindi, che questo sistema deve essere omogeneizzato e integrato con il sistema della protezione civile.
Il provvedimento ha anche il merito di definire il sistema di funzionamento a regime anche dal punto di vista finanziario, attribuendo dotazioni in sede di legge di stabilità e definendo le procedure per l'eventuale integrazione, garantendo i fondamentali requisiti di trasparenza e tracciabilità dei flussi finanziari.
Devo però fare una considerazione tutta politica. Noi stiamo operando sicuramente bene cercando di approvare alacremente il disegno di legge in esame. Tuttavia, sappiamo bene che, per diventare operativo, il provvedimento necessita di decreti attuativi e misure che, una volta emanate dal Consiglio dei ministri, dovranno passare al vaglio delle competenti Commissioni parlamentari prima di arrivare a una reale ed effettiva applicazione. Tutto questo impone evidentemente al Parlamento di fare in fretta, ma bene, e al Governo una seria assunzione di responsabilità.
In quest'Aula abbiamo ascoltato il presidente Gentiloni Silveri prendere impegni anche nello specifico. Poiché sappiamo essere il presidente Gentiloni Silveri una persona seria e, potremmo dire in senso shakespeariano, anche una persona d'onore, siamo convinti che egli farà di tutto per ottemperare a tali impegni.
Questo apre anche un'altra questione più importante in giornate in cui - si tratta di una mia opinione personale e non intendo impegnare il mio partito e la sua dirigenza - ci sono delle spinte centrifughe che tendono a privilegiare egoismi, interessi personali, ambizioni personali o spirito di rivalsa e rivincita rispetto a ben altre partite. Credo che, in questa situazione, sia il momento di far prevalere l'interesse del Paese e il senso di responsabilità. Oggi l'Italia e i cittadini italiani chiedono alla politica e al Parlamento non risse o liti e d'altronde, abbiamo visto anche nei mercati internazionali (l'aumento dello spread negli ultimi giorni lo dimostra) i risultati di tali risse e del clima che oggi prevale non in Parlamento, ma nella politica italiana nel suo complesso. Orbene, come dicevo poc'anzi, il Parlamento e soprattutto il Governo devono dimostrare senso di responsabilità e capacità di assunzione di tale responsabilità. Qui siamo al momento del discrimen tra chi vuole essere servitore dello Stato, chi vuole lavorare per il bene comune, chi magari aspira legittimamente a essere considerato uno statista e chi invece è un uomo che pensa solo alla propria bottega.
È per questo motivo che dobbiamo approvare alacremente il disegno di legge in esame. Tuttavia, sarà poi importante il lavoro che svolgeremo da parlamentari responsabili specie nelle Commissioni competenti (parlo impegnando questa volta la Commissione territorio, ambiente, beni ambientali e il collega Caleo), incalzando il Governo affinché adotti provvedimenti conseguenti nella maniera migliore possibile e in un tempo ragionevolmente utile per il Paese.

venerdì 27 gennaio 2017

INTERROGAZIONE SULLE ASSICURAZIONI GENERALI

Al Ministro dell’Economia e delle Finanze
Premesso che:
negli ultimi giorni gli organi di stampa hanno riportato alcune indiscrezioni relative a presunte operazioni che coinvolgerebbero Assicurazioni Generali S.p.A. ed altri gruppi di rilievo, italiani ed europei, nel settore assicurativo e creditizio;
in particolare, attraverso un’operazione di prestito titoli, Assicurazioni Generali S.p.A. avrebbe acquisito i diritti di voto su 505 milioni di azioni di Intesa Sanpaolo, pari al 3,01% del capitale;
in assenza di motivazioni ufficiali, diverse testate considerano tale operazione come una manovra difensiva di Assicurazioni Generali S.p.A. nei confronti di un potenziale interesse da parte di Intesa Sanpaolo, in quanto se quest’ultima acquisisse azioni di Assicurazioni Generali S.p.A., i relativi diritti di voto sarebbero sterilizzati per effetto delle norme vigenti in materia;
il potenziale attacco potrebbe provenire non soltanto da gruppi italiani, come Intesa Sanpaolo, ma altresì da colossi esteri del settore assicurativo quali la francese Axa o la tedesca Allianz, che sarebbero pronti a rilevare parte delle attività del gruppo;
considerato che:
qualora fossero confermate, le indiscrezioni sarebbero di notevole impatto sul quadro macroeconomico italiano, tenuto conto che Assicurazioni Generali S.p.A. è uno dei primi proprietari immobiliari italiani con un patrimonio di circa 24 miliardi e detiene 500 miliardi di asset di cui ben 70 investiti in Titoli di Stato italiani, che rischierebbero pertanto di finire completamente o parzialmente in mani straniere qualora un’Opa da parte di Axa dovesse andare a buon fine;
da parte sua, Intesa Sanpaolo ha diramato un comunicato, dal quale si evince che sono in corso valutazioni su "possibili combinazioni industriali" con Assicurazioni Generali S.p.A., dal momento che il gruppo conferma, "in coerenza con il piano di impresa 2014-2017 reso noto al mercato, il proprio interesse industriale per la crescita nel settore del risparmio gestito, del private banking e in quello dell'assicurazione in sinergia con le proprie reti bancarie, anche con possibili partnership internazionali";
non si può quindi escludere, secondo le ricostruzioni fornite dalla stampa, che le operazioni in questione possano fare da ponte per la vendita di alcuni asset del Gruppo Generali a colossi del mercato assicurativo europeo, come appunto la tedesca Allianz, benché un’antitetica chiave di lettura vedrebbe una simile operazione in funzione di contrasto nei confronti della francese Axa;
Assicurazioni Generali S.p.A. è una delle poche compagnie finanziarie italiane ad avere caratura internazionale, essendo presente in 60 Paesi con 470 società e quasi 80 mila dipendenti;
si chiede di sapere:
se il Ministro in indirizzo sia informato di tali fatti e se gli stessi corrispondano a realtà;
quali iniziative intenda intraprendere per preservare l’italianità del terzo gruppo economico italiano nonché quarta compagnia di assicurazioni a livello mondiale;
quali iniziative intenda intraprendere per tutelare l’occupazione dei dipendenti italiani del Gruppo con particolare attenzione alle sedi direzionali di Trieste, Mogliano Veneto, Milano e Roma anche alla luce delle odierne considerazioni provenienti da fonti finanziarie che ipotizzano un possibile "spezzatino" della Compagnia.